Martina Bottazzi: “Dalla prevenzione al reinserimento nella vita quotidiana”

Il ruolo di In Volo all’interno della rete di supporto ai giovani del CEIS. “Servizi e percorsi specifici, il fabbisogno sta diventando sempre più articolato”.

 

Martina Bottazzi coordina l’Area Psico-Sanitaria del CEIS: come si colloca questo lavoro all’interno della rete di supporto ai giovani con Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione, e in che modo si integra con il percorso offerto da In Volo?

All’interno del sistema CEIS, In Volo a Parma rappresenta il presidio specialistico dedicato ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, inserendosi in modo complementare rispetto agli altri interventi rivolti ai minori. Il CEIS opera da anni nell’ambito educativo, socio-sanitario e terapeutico, offrendo servizi diversificati per adolescenti e giovani in situazioni di fragilità: in questo quadro, In Volo costituisce il riferimento specifico quando il disagio si esprime attraverso un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, garantendo una presa in carico multidisciplinare, strutturata e accreditata. Il lavoro dell’Area Psico-Sanitaria è anche quello di creare connessioni tra i diversi servizi, favorendo un’integrazione reale tra interventi educativi, psicologici e sanitari.

Quando all’interno di altre strutture CEIS emergono segnali riconducibili ai DNA o criticità legate al rapporto con il cibo e con il corpo, è possibile attivare un confronto specialistico con In Volo, così da orientare correttamente la presa in carico ed evitare frammentazioni nei percorsi. Le competenze maturate da In Volo – in particolare sul piano dietistico e psico-nutrizionale – possono inoltre essere messe a disposizione anche delle altre realtà CEIS, comprese quelle che operano in ambiti differenti. La dietista della struttura, su richiesta, si interfaccia con le équipe educative e terapeutiche per fornire linee guida generali sull’alimentazione, calibrate sul target specifico di utenti. Non si tratta di elaborare piani alimentari individuali, che restano di competenza clinica, ma di offrire un supporto tecnico qualificato per orientare correttamente le scelte educative e nutrizionali.

È prevista anche la possibilità di valutare situazioni particolarmente critiche, condividendo eventuali percorsi necessari e costruendo, se opportuno, un raccordo più strutturato con In Volo. Questo modello di collaborazione rafforza la coerenza degli interventi CEIS e garantisce ai giovani e alle famiglie una rete realmente integrata, capace di intercettare precocemente i segnali di disagio e di offrire risposte coordinate.

Dal tuo osservatorio, quali segnali d’allarme vedi più spesso nelle giovani che si rivolgono al servizio del CEIS, e quanto conta la tempestività dell’intervento?

Tra i segnali che osserviamo più frequentemente ci sono una forte rigidità del pensiero, spesso accompagnata da ottime performance scolastiche ma con una scarsa tolleranza alla frustrazione. Si tratta di ragazze molto impegnate, esigenti con sé stesse, che faticano ad accettare l’errore o l’imperfezione. Altri campanelli d’allarme sono un’attività sportiva eccessiva, una restrizione alimentare giustificata con le motivazioni più diverse e una progressiva riduzione dei momenti di condivisione dei pasti in famiglia o con gli amici.

Il nostro consiglio alle famiglie è di non sottovalutare nessun cambiamento significativo rispetto alla routine abituale della ragazza. Anche segnali apparentemente piccoli possono essere importanti. È fondamentale rivolgersi a professionisti con una formazione specifica sui DNA: questo evita sia di minimizzare sia di creare allarmismi ingiustificati. La tempestività dell’intervento può fare una grande differenza nell’evoluzione del percorso di cura.

La presa in carico di un minore con un disturbo alimentare coinvolge inevitabilmente l’intera famiglia. Come lavorare con i genitori e i fratelli? Qual è il contributo più importante che una famiglia può dare nel percorso di cura?

Quando un minore sviluppa un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, l’intero sistema familiare viene coinvolto. Per questo la famiglia ha bisogno, prima di tutto, di uno spazio di ascolto privo di giudizio. Ha bisogno di comprendere cosa sta accadendo, quali sono le fasi del percorso e cosa potrà succedere nel tempo.

Offriamo un supporto psico-educazionale e un affiancamento costante lungo tutto il cammino terapeutico, perché nessun genitore deve sentirsi solo o impreparato di fronte a una situazione così complessa. Il contributo più importante che una famiglia può dare è la fiducia: fiducia nel percorso di cura, nel gruppo di lavoro e nella possibilità di cambiamento. Questa alleanza è uno dei fattori più potenti nel favorire l’evoluzione positiva del trattamento.

Scuola, social media, pressione delle aspettative: quanto pesano i fattori culturali e ambientali nell’insorgenza dei DNA tra i giovani di oggi? E come può la comunità – insegnanti, educatori, allenatori sportivi – diventare parte attiva della prevenzione?

Oggi non possiamo individuare un unico responsabile. Piuttosto, osserviamo una crescente difficoltà nel gestire adolescenti e pre-adolescenti che vengono proiettati molto presto in mondi online complessi e spesso poco regolati. Pensiamo, ad esempio, alla creazione di profili “Finsta” su Instagram, spazi paralleli in cui i ragazzi cercano di esprimere parti di sé che non trovano riconoscimento altrove.

Questo ci dice quanto sia forte il bisogno di autenticità e appartenenza. Le agenzie educative – scuola, associazioni sportive, contesti aggregativi – possono svolgere un ruolo fondamentale, sostenendo i ragazzi soprattutto quando non si sentono performativi o quando faticano a relazionarsi con i pari. Offrire spazi in cui non sia necessario eccellere per essere accettati è già un’importante forma di prevenzione.

Guardando al futuro, quali sono le lacune più urgenti nel sistema di cura per i minori con DNA, e quali strumenti o risorse servirebbe sviluppare per garantire percorsi davvero efficaci, dall’intervento precoce fino al reinserimento nella vita quotidiana?

Il futuro offre molte possibilità per intercettare l’ampia e diversificata casistica dei DNA e delle situazioni affini. Stiamo valutando concretamente la creazione di servizi ad hoc per diverse fasce di età, con percorsi studiati in modo specifico, perché il fabbisogno sta diventando sempre più articolato e richiede risposte rimodulate. Il lavoro deve necessariamente partire dalla prevenzione e arrivare fino al reinserimento nella vita quotidiana.

In questo senso, il percorso protetto presso l’appartamento “Fly” rappresenta un passaggio fondamentale verso l’autonomia. C’è inoltre la necessità di intercettare quelle fasce di età o quelle situazioni che oggi non riescono ad accedere facilmente ai sistemi di cura esistenti. Garantire continuità tra intervento precoce, trattamento specialistico e reinserimento è la sfida più urgente per costruire percorsi realmente efficaci e duraturi.