Piegare le ali: la lezione dimenticata di Jonathan Livingstone

Avete presente quelle pagine del libro “Il gabbiano Jonathan Livingstone” in cui lui si schianta molte volte in mare tentando di superare i limiti di velocità dati dal suo essere “solo”un gabbiano?
Di solito quella pagina viene usata per dirci: “Visto? Devi spaccare il mondo, devi superare i tuoi limiti se vuoi fare qualcosa nella vita, ce la devi fare!”.

Ma se rileggiamo bene quella pagina, la svolta di Jonathan arriva quando è stremato, a pezzi, al buio, e decide di fermarsi. Dice a se stesso: “Basta, sono solo un gabbiano. Devo accettare la mia natura”. In quel momento, per la prima volta, prova una pace immensa.

La verità è che Jonathan non fa il miracolo di trasformarsi in un’aquila. Rimane un gabbiano. Ma capisce come lui è fatto: capisce che le sue ali sono troppo lunghe per quella velocità, e invece di forzarle fino a spezzarle, le piega. Si adatta alla sua realtà, si adatta a se stesso.

Ecco, noi spesso passiamo anni a fare la guerra a noi stessi. Abbiamo l’ansia di dover fare qualcosa in maniera perfetta e a volte non ci riusciamo. Ci colpevolizziamo se non reggiamo certi ritmi, se i nostri tempi non coincidono con le scadenze sociali, se siamo fatti in un modo che non ci sembra abbastanza “giusto” per gli standard degli altri. Pensiamo che avere stima di sé significhi essere fieri di aver superato un ostacolo o raggiunto un obiettivo. Invece stimarsi e quindi amarsi significa l’esatto contrario: significa guardare i propri limiti e dire: “Ok, io arrivo fin qui. E va bene così”. Accettare un limite non è una ritirata, non è pigrizia. È un atto di rispetto verso la propria persona. Significa smettere di pretendere da se stessi una performance costante e iniziare a viversi con un po’ più di affetto. Non dobbiamo per forza volare più in alto di tutti per valere qualcosa. Valiamo già adesso, con tutte le nostre fragilità e i nostri punti di stallo.

Mi rendo conto sempre di più che viviamo in una società che ha trasformato la crescita personale in un’ossessione e la performance in una ‘religione’. Fin da piccoli ci insegnano che il valore di una persona si misura dalla sua capacità di superare i propri limiti, di alzare continuamente l’asticella, di essere sempre la versione migliore, più produttiva e più efficiente di se stessa”.

Una delle nostre ospiti sostiene: “Chi si ferma, chi mostra una fragilità, chi semplicemente dice “non ce la faccio” viene spesso guardato con un misto di compassione e giudizio, come se si stesse arrendendo”

Come un gabbiano che si ostina a buttarsi in picchiata per superare un record di velocità, continuiamo a forzare la nostra natura fino a schiantarci, convinti che l’unico problema sia che non stiamo stringendo i denti abbastanza.

“Con questo percorso sto imparando che stare bene con se stessi non significa diventare invincibili o superare ogni ostacolo a tutti i costi. Significa rivendicare il diritto di avere dei limiti. Significa guardarsi allo specchio con totale onestà e dire: “Questo è il mio confine. Questa è la mia sensibilità, questa è la mia stanchezza, e questo è il punto in cui oggi ho bisogno di fermarmi”.

Accettare un limite non è un atto di codardia o di pigrizia.

L’accettazione è il più grande atto di intelligenza, di ribellione e di amore che possiamo compiere. Significa smettere di sprecare le nostre energie vitali nel tentativo disperato di corrispondere a un’immagine ideale e artificiale, e iniziare finalmente a prenderci cura di chi siamo davvero.

Quando smettiamo di pretendere da noi stessi una performance costante, accade qualcosa di liberatorio: il senso di colpa svanisce e lascia spazio alla pace. Capiamo che non dobbiamo volare più in alto di tutti per avere il diritto di esistere e di essere felici.

Le ospiti e l’équipe di In Volo